Figura di notevole importanza nella pittura italiana ottocentesca, Banti riceve una prima educazione neoclassica all’Istituto d’Arte di Siena, dove studia sotto la guida di Francesco Cenci. Nel 1848 vince il concorso triennale con la tela “Domenico Mecherino figlio di Pacio colono trovato a disegnare le pecore dal suo padrone Beccafumi”, quadro che, nell’impostazione e nel cromatismo memore del fiorentino Giuseppe Bezzuoli, dimostra gli interessi lontani dall’Accademia senese del giovane Banti. Al 1851 risale un “San Rocco” eseguito per la collegiata di Santa Croce sull’Arno, ancora ispirato, nella tavolozza, alla pittura bezzuoliana.

Nel 1854 si stabilisce a Firenze e inizia a frequentare l’ambiente del Caffè Michelangelo. La produzione degli anni Cinquanta è costituita, perlopiù, da quadri di soggetto storico, quali un “Episodio del Sacco di Roma” (1856), influenzato da Saverio Altamura ed esempio del trattamento “a macchie”, simile ad un bozzetto, tipico della pittura fiorentina di storia del periodo; “Galileo Galilei davanti all’Inquisizione”, esposto alla Promotrice fiorentina del 1857; “Torquato Tasso ed Eleonora d’Este” (1858), “La congiura” (1859) dove è evidente la conoscenza della pittura del napoletano Domenico Morelli, da poco giunto a Firenze. Nello stesso periodo si sposa e soggiorna frequentemente nelle ville di Montorsoli e Montemurlo, dove ospita amici e artisti meno abbienti e raccoglie una mirabile collezione di opere di Fattori, Boldini, Abbati, Signorini, Lega, oltre ad alcuni Corot e Courbet e ad una dozzina di Fontanesi.

Nel 1858 incontra a Firenze Edgar Degas, impegnato nell’elaborazione della “Famiglia Bellelli”. Nella primavera del 1860, consapevole della crescente importanza della “macchia” nella fattura del dipinto, inizia a dipingere “en plein air” nella campagna di Montelupo, insieme a Signorini e Borrani; in seguito lavora con Cabianca a Montemurlo, poi a La Spezia, insieme ad Altamura e Signorini. Appartengono a questo periodo opere come “Bimbi al sole”, e “Contadina con un bambino”, dove raggiunge un cromatismo semplificato e acceso, di straordinaria luminosità.

Nel maggio 1861 va a Parigi con Signorini e Cabianca (vi tornerà nuovamente nel 1871, 1874 e 1875), approfondisce la conoscenza della pittura di Barbizon, visitando una mostra allestita dalla Società Nazionale di Belle Arti e incontrando personalmente Troyon e Corot. Al ritorno esegue la “Riunione di contadine”, che evidenzia una nuova maturità e raffinatezza di stile. Intorno al 1865 nascono capolavori come “Tre vecchie in riposo”, “In via per la chiesa”, “Le guardiane di porci”. Non costretto dalla necessità, preferisce dipingere per sé, esponendo pochissimo e senza cercare il consenso del pubblico, lieto solo dei riconoscimenti di amici stimati come Fattori e Signorini.

Soggiorna sempre più spesso in campagna, lavorando intensamente. Nel 1870 è nominato con Signorini, Cecioni e Raffaello Sorbi membro della giuria dell’Esposizione Nazionale di Parma; nella stessa circostanza rompe l’amicizia con Signorini e, in seguito, inaugura un lungo sodalizio con Giovanni Boldini, non ancora trasferitosi a Parigi. Negli anni Ottanta raggiunge alti livelli di qualità in quadri come “Tre contadine sedute dinanzi a una siepe” e “Le lavoranti di paglia della Val d’Elsa” (1886), che dona all’allora ministro della Pubblica Istruzione, nel quale si ravvisano persino memorie raffaellesche e cinquecentesche, filtrate dalla conoscenza della pittura europea contemporanea. Nel 1884 è nominato professore all’Accademia di Firenze e membro della Commissione riordinatrice degli Uffizi.

Muore, ottantenne, a Montemurlo.

Testi: Gioela Massagli

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