Corrado Michelozzi nasce a Livorno il 16 agosto 1883 e, come molti artisti labronici, si avvicina fin da giovane alla pittura e al disegno. Autodidatta per scelta e per temperamento, coltiva la sua arte in dialogo con i pittori della cosiddetta Scuola Labronica, pur mantenendo sempre una voce indipendente e personale.
La sua carriera, iniziata intorno al 1905, si può suddividere in tre grandi periodi: dal 1905 al 1928, gli anni della formazione e della sperimentazione; dal 1929 al 1945, un momento di affermazione pubblica; e infine dal 1946 fino alla morte nel 1965, in cui l’artista raggiunge una piena maturità espressiva.
Nel primo periodo Michelozzi si distingue per la versatilità tecnica: lavora con disegni a lapis e carboncino, acquerelli, affreschi, tempere e oli. La sua pittura è figurativa, attenta ai ritratti, ai paesaggi e alle nature morte – in particolare ai fiori, che diventeranno il soggetto prediletto. Fra il 1919 e il 1935 si dedica spesso alle campagne toscane, soprattutto nei dintorni di Sinalunga, dove realizza vedute dal tono lirico e intimista.
Parallelamente lavora come decoratore, specializzandosi in affreschi e graffiti, molti dei quali sono ancora visibili a Livorno, compreso un grande graffito sulla facciata posteriore del Duomo. Amava definirsi “pittore” con orgoglio, e teneva uno studio sempre aperto, luogo d’incontro per amici e colleghi.
Nel 1919 sposa Rosa Giani, da cui avrà due figli. Uomo curioso e appassionato anche di musica, stringe un forte legame d’amicizia con Pietro Mascagni, per il quale realizza scenografie teatrali, e frequenta anche Giacomo Puccini.
Nel 1929 tiene una mostra personale alla Bottega d’Arte di Livorno, condivisa con Ruggero Focardi. I suoi quadri di fiori attirano l’attenzione del pubblico e della critica, tanto che inizia a essere chiamato affettuosamente “il pittore dei fiori”. Quel soprannome, però, non racconta tutta la sua arte. Michelozzi ha uno stile immediato, sincero, ricco di affetto per la realtà. Anche nei ritratti e nelle composizioni con bambini si percepisce il suo desiderio di cogliere l’anima dei soggetti più che la sola forma.
Nel secondo periodo (1929–1945) si concentra ancora su paesaggi e nature morte, portando avanti una ricerca cromatica e luminosa, con toni vivi e freschi. Espone a Livorno, Pisa, Firenze e partecipa a due edizioni della Quadriennale di Roma. Celebre la sua partecipazione nel 1933 a una collettiva a Firenze curata da Plinio Nomellini, accanto a nomi come Ulvi Liegi, Ludovico Tommasi e Renato Natali.
Nel dopoguerra, Michelozzi espone nuovamente a Livorno, sia alla Bottega d’Arte che alla Galleria Cocchini, sempre con uno spirito energico e polemico. Non accetta etichette facili e nel 1961, in una mostra a Rosignano, decide provocatoriamente di non esporre neppure un fiore, ma solo figure e paesaggi, per riaffermare la varietà del suo mondo interiore.
Artista curioso e sperimentatore instancabile, produce personalmente i propri colori come si faceva in passato. Ama profondamente la pittura antica e rinascimentale, sogna un’arte che sappia elevare l’animo, e non si tira indietro dal confronto con l’astratto o con il simbolico, pur restando sempre legato alla figurazione.
Dietro una personalità apparentemente ironica e graffiante si nascondeva un’anima delicata, capace di dare vita a un giardino interiore fatto di fiori, luci, ricordi e visioni poetiche.
Corrado Michelozzi muore il 2 maggio 1965. Due anni dopo, la sua città gli dedica un’importante retrospettiva alla Casa della Cultura, con un appassionato testo di presentazione di Piero Caprile.
Testi: Al. Conti
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