Adriano Baracchini Caputi nasce a Firenze nel 1883, figlio di Angiolo Baracchini e Rosa Gasparri. Rimasta presto vedova, la madre si risposa tra il 1900 e il 1903 con Augusto Caputi, un possidente che adotta Adriano e i suoi tre fratelli, dando così origine al doppio cognome con cui il pittore è noto. Fin dalla fine dell’Ottocento, la famiglia di Rosa si stabilisce a Livorno, in via Ricasoli 38, dove Adriano trascorre buona parte della sua giovinezza. È proprio a Livorno che matura il suo interesse per la pittura, avviandosi inizialmente come dilettante sotto la guida del maestro Guglielmo Micheli, celebre per aver formato anche artisti come Amedeo Modigliani.
Col tempo, la passione di Baracchini Caputi per l’arte diventa una vocazione totale. Si avvicina quindi al Divisionismo, uno dei movimenti artistici più innovativi del suo tempo, e approfondisce tale tecnica come allievo di Vittore Grubicy de Dragon, figura centrale del Divisionismo italiano. Grazie a questa influenza, il suo stile si affina e si distingue per una particolare attenzione alla luce e al colore, elementi fondamentali della poetica divisionista.
La sua carriera espositiva inizia precocemente: nel 1903 espone alla Società delle Belle Arti di Firenze. Nel 1907 partecipa al prestigioso Salon des Peintres Divisionnistes Italiens a Parigi con cinque opere, affermandosi così anche sulla scena internazionale. Negli anni successivi espone in varie città europee: a Parigi (1908 e 1909), in Olanda (1909), a Milano (1910), Torino (1911) e Londra (1912), ottenendo crescenti consensi.
Il 1912 è un anno particolarmente intenso: prende parte alla Mostra dei divisionisti italiani a Londra, alla Prima Mostra d’Arte di Livorno, alla LXXXI Esposizione della Società Amatori e Cultori delle Belle Arti di Roma, alla I Esposizione Nazionale Giovanile di Belle Arti di Napoli, alla Nazionale di Milano e alla X Biennale di Venezia. Il suo nome compare regolarmente anche negli anni successivi in rassegne di rilievo, tra cui le Biennali di Venezia del 1914 e del 1922, la Secessione di Roma, e importanti mostre a Napoli e Parigi.
Negli anni Venti, il suo legame con la città di Livorno si rafforza ulteriormente. Nel 1920 è tra i fondatori del celebre Gruppo Labronico, assieme ad artisti come Plinio Nomellini, Ulvi Liegi, Gino Romiti, Renucci, Natali e Razzaguta. Questo sodalizio artistico diviene punto di riferimento per la pittura livornese e per la valorizzazione dell’arte toscana contemporanea. Alla prima mostra del gruppo, Baracchini Caputi presenta otto dipinti, tra cui Una sosta, confermando il suo ruolo centrale nel panorama artistico locale.
Nel corso degli anni Venti continua a partecipare a esposizioni prestigiose: la I Biennale Romana (1921), la XIII Biennale di Venezia (1922) dove presenta Un’Aurora, e la XV Esposizione della Società Amatori e Cultori di Belle Arti di Roma. Nello stesso anno prende parte anche alla mostra inaugurale della galleria Bottega d’Arte a Livorno, che diventerà una delle sedi principali della sua attività espositiva. Nel 1923 tiene una mostra personale alla galleria, presentando 28 opere tra dipinti, acquerelli e disegni, tra cui Viene primavera.
Prosegue l’attività espositiva anche nel decennio successivo: è presente alla XIV Biennale di Venezia (1924) e alla IV Mostra Regionale d’Arte Toscana a Firenze nel 1930.
Nel corso della sua vita, Baracchini Caputi resta profondamente legato all’ambiente culturale livornese, frequentando assiduamente il Caffè Bardi, ritrovo degli intellettuali e artisti labronici. È in questo contesto che si consolidano i legami umani e artistici che nutrono la sua poetica e che fanno di lui una figura di riferimento per le generazioni successive.
Adriano Baracchini Caputi muore a Livorno nel 1968, lasciando un’eredità artistica significativa nel contesto del Divisionismo italiano e nella storia della pittura toscana del primo Novecento.
Testi: Al. Conti
© 800/900 Artstudio

