Alberto Zampieri

(Livorno 1903 - Pisa 1992)

Alberto Zampieri, nato a Livorno nel 1903, è artista precocissimo. A tredici anni lavora già en plein-air ritraendo scorci della città e della campagna livornese; realizza vivaci impressioni dal vero usando i colori ad olio appena acquistati in via Indipendenza, nella mitica bottega di cornici e di prodotti per le belle arti gestita dall'appassionato Gustavo Mors (quei locali diventeranno negli anni Venti sede della storica Bottega d'Arte di Gino Belforte, dove spesso Zampieri presenterà le sue opere in esposizioni collettive). Sarà proprio Mors, acquirente via via di una sua tavoletta ancora fresca di colore, a consolidare le scelte del giovane e a fargli definitivamente seguire la vocazione di artista.

La Bottega di Mors - come il leggendario Caffè Bardi - è frequentato luogo di incontro degli innumerevoli artisti che la città di Livorno ha con dovizia generato nei decenni a cavallo tra Otto e Novecento. La Bottega e il Caffè sono straordinarie palestre dove formarsi e crescere di cui Zampieri sa approfittare; egli pratica i due ambienti con assiduità fraternizzando con i protagonisti - stanziali o in visita - della pittura toscana partita e nutrita dal verbo fattoriano. Quegli artisti di estrazione livornese (Bartolena, Puccini, Nomellini, Ulvi Liegi, Ghiglia, Lloyd, Gambogi, Fanelli, Pagni), percorrendo strade autonome e indipendenti, stavano con efficacia rinnovando il vocabolario postmacchiaiolo della tradizione. Negli anni Dieci, che sono quelli in cui Alberto Zampieri inizia la sua avventura, a Livorno le giovani leve erano ben consapevoli dello spessore pittorico di Mario Puccini o della personalità artistica di Nomellini, ma un ruolo sempre più significativo per loro veniva assumendo Benvenuto Benvenuti, giovane di temperamento e di forte ascendenza etico-intellettuale, che agli inizi del Novecento era stato folgorato ed aveva definitivamente optato per il divisionismo. Da allora aveva svolto una efficace opera di proselitismo, facendo tenacemente penetrare nel contesto labronico il dictat del venerato Maestro lombardo Vittore Grubicy De Dragon. Il drappello degli artisti reattivi alla pennellata divisa nei primi due decenni del Novecento è stato numeroso: ne furono coinvolti con tempi di partecipazione variamente lunghi Romiti, Castaldi, Baracchini Caputi, Caprini, Cocchi, Domenici.

Alberto Zampieri si inserisce naturalmente (e ne diventerà uno dei protagonisti più colti ed attenti) in questa cultura artistica in fermento, tesa ad affrancarsi dal linguaggio macchiaiolo e naturalista e pronta ad accogliere più o meno consapevolmente sensibilità ed istanze novecentesche, anche tramite fasi di sperimentazione e di ricerca linguistica. Non ancora ventenne, Zampieri si accosta al divisionismo e indaga il dato reale attraverso le alchimie della luce. Dotato di uno spiccato talento naturale, esegue brani di alta qualità, come Concerto per violino (1918), Crocetta (1922), Ai giardini pubblici (1923), con una tecnica meditata ed esatta. Impiega i colori puri, e compone elaborati tessuti cromatici realizzandoli con fitte pennellate, brevi e sfilacciate, nervose ed incrociate dai toni complementari. A queste opere, misurate e dal rigore quasi scientifico, alterna prove in cui la ricerca sulla luce divisionista è meno programmatica e più distesa, opere di andamento più ‘toscano’ ed emozionale. Tocchi larghi e rapidi di colore luminoso colgono le vibrazioni luministiche e la pennellata fratta segue e asseconda il tessuto disegnativo come in Mattina in Via del Fagiano (1919), in Scali delle Cantine e in Campagna livornese del 1922 ed in Calambrone (1925).

Durante gli anni Venti Zampieri pratica con assiduità il disegno. Ha una mano particolarmente felice: il segno è saldo, costruttivo e robusto. Esegue composizioni ben strutturate con una contenuta e fresca propensione narrativa (Portone in Via del Fante, Intorno al tavolo, I cestanti, Osteria). L'artista lavora d’impulso solo con la matita in mano - come dichiarerà egli stesso -, realizzando disegni dal tratto istintivo e sicuro (Chiacchiere, L’omino dei palloncini, In tram, Interno di osteria, Donna che cuce), senza sottoporsi a quei processi di riflessione e di decantazione che connotano la sua produzione ad olio.

Per sbarcare il lunario, negli anni giovanili Zampieri, che è dotato di un garbato e sottile senso dell’umorismo, si impegna alla realizzazione di gustose caricature per uso giornalistico. Agli anni Venti è perlopiù da ricondurre la sua attività di disegnatore che è già centrata sulla figura umana. All’attività grafica egli si applicherà con rinnovato vigore nel secondo dopoguerra, cimentandosi spesso nell’incisione e realizzando composizioni che si qualificano per l’andamento essenziale, e per il segno nitido e persuasivo (Figura femminile con giglio, Bimbo con palla).

Zampieri, che nell'arco del terzo decennio del Novecento si dedica all’indagine conoscitiva sul paesaggio di tradizione, quasi subito completato dalla presenza della figura umana, va sempre più sottraendosi alla tentazione del bozzetto dal vero ed inizia ad utilizzare formati assai più impegnativi. Il filone paesistico ben presto perde di centralità a favore della figura che viene dilatandosi ed assumendo sempre più importanza nel corso degli anni Trenta per diventare il più sentito e autentico leit-motif della sua poetica.

Conclusosi l’interesse per il divisionismo e per il paesaggio puro, Zampieri inaugura una nuova stagione creativa usando una densa pittura ad impasto e scandendo le figure per semplici masse cromatiche, con cezanniano vigore costruttivo. L'artista partecipa alla vita e alle vicende degli 'altri' che coglie nello scorrere semplice del quotidiano (Interno di osteria, Il falciatore, giocatori dal Biagioni, Vecchio sobborgo industriale, Spiaggia a Viareggio) e con sempre maggiore tensione emotiva dà valore ai sentimenti, alle emozioni ed ai rapporti umani. Il suo interesse si concentra su un materiale figurativo che diventa ricorrente ed è ripreso ciclicamente anche a distanza di molti anni, un repertorio figurativo indagato con insistenza che assume ben presto valore emblematico. Pensiamo alle versioni filtrate, decantate e metabolizzate sulla Vecchia questura, sui giocatori di carte, sugli avventori di osterie di campagna, di fumose mescite e di modesti caffè cittadini, sugli operai e sui ferrovieri, sulle Figure in tram, sui passeggeri del Vagone di IIIa classe, motivo di daumieriana memoria rivisitato da Zampieri a partire dagli anni Venti. Una umanità quieta ed assorta che vive un'esistenza di sofferenza e di solitudine, una presenza sociale sobria e forte che egli interpreta senza alcuna retorica o compiacimento intellettuale, ma con fraterno spirito di condivisione ed espressiva, intensa partecipazione.

Nel corso degli anni Trenta l’artista avvia un efficace processo di sintesi linguistica e di approfondimento e consolidamento delle forme, la sua pittura viene sempre più semplificandosi, vengono abbandonati gli accenti chiaroscurali, spariscono i giochi di luce e la densità delle ombre (Giovanil pudore, Maternità). Questa inclinazione sintetista diventa la cifra degli anni Cinquanta dell’artista che sempre più trascura i riferimenti veristi, mentre il dato reale ed il fatto episodico di partenza assumono significati universali e simbolici (Le tre generazioni, Maternità rosa).

Artista intelligente ed informato, Zampieri è consapevole dei percorsi svolti dalla cultura figurativa contemporanea e conosce le regole compositive del Novecento, ma non scivola mai nell’imitazione, è sorretto da una serena autocritica che gli impedisce di concedersi al fascino delle mode o di linguaggi che non matura se non attraverso personali ed estenuanti processi di purificazione e di sedimentazione. Ha profonda dimestichezza con le opere dei Maestri del passato che regolamente avvicina in virtù di quel mestiere di restauratore che gli consente di vivere, ma che purtroppo, nel contempo, gli riduce gli spazi da dedicare alla pittura (come negli anni Sessanta che registrano una forte riduzione della sua produzione artistica). La tradizione degli antichi maestri quattrocenteschi è sempre più presente nel suo linguaggio che negli anni va liberandosi di inutili articolazioni narrative.

Protagonista della maturità artistica di Zampieri è in assoluto la donna, ma anche i bambini, l'uomo impegnato nel lavoro ed il paesaggio urbano ricorrono spesso nella sua poetica. Come l'amico Giovanni Zannacchini (nel lontano 1921 insieme a Zampieri fu tra i fondatori del Gruppo Labronico) che amava fermare la realtà contemporanea e tecnologica dei treni, delle centrali elettriche, delle pompe di benzina e delle ciminiere, anche Zampieri, fin da giovane, è attratto dalle dinamiche legate al progresso e alla vita moderna, in particolare dalla città che è emblematica proiezione della società contemporanea. Scansioni volumetriche solide e ferme connotano le sue nitide visioni urbane dai cieli opachi (Il Ponte alla Fortezza, Paesaggio urbano, Periferia). La sua città ha strade deserte, è priva di suoni e ovattata nel bigio uniforme del cemento. L'uomo è assente, celato in quegli stabili dalle finestre schermate, ma ecco che a interrompere tanto grigiore interviene la nota positiva e squillante delle carrozzerie delle auto in sosta.

Una galleria di personaggi maschili colti nel loro composto silenzio è narrata dell'artista con calda empatia, talvolta con un breve accenno di sottile ironia: sono i malinconici carabinieri segregati dietro le sbarre della loro Vecchia questura come gli assorti Condannati di rosaiana declinazione, sono operosi meccanici e Ferrovieri dalle spalle incurvate, sono i Cuochi monumentali e maestosi dell'accattivante dipinto del 1955, sono gli attoniti avventori dei vecchi caffè.

I bambini, con particolare tenerezza, e la donna sono raccontati nel loro pensieroso e raccolto isolamento, con un linguaggio castigato e robusto e con ritmo disteso, l'artista esclude l'oggetto superfluo, la cronaca ed il dato ambientale. Eludendo ogni forma di decorativismo, indaga e penetra nell'essenza della figura, le mani e il volto racchiudono i segreti del soggetto ritratto (Figura su sfondo rosso, Le due amiche).

Testi: Giovanna Bacci di Capaci Conti

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