Aldo Aytano: La Critica
Aldo Aytano secondo Daniele Luti (1989)
L'oggetto d'amore, come si percepisce immediatamente, sono i paesaggi della Toscana, fra la Lucchesia e la Maremma pisana, con fresche tensioni verso bocca d'Arno, quasi memoria archeologica di antichi carmi; ma il viaggio che ci viene proposto non appartiene ad una lettura sentimentale, vibrante di una realtà concreta: è un iter nichilista nel proprio io alla ricerca di impressioni antiche, di suggestioni rapite forse molti anni fa e gelosamente custodite nel proprio scrigno psichico. Ho notato tensioni di una Toscana riletta da Corot: magie di boschi, di montagne, di situazioni che appartengono alla affabulazione ottocentesca, quella di Fucini, ma anche di Boito, Camillo (si vedano I tre romei, e Baciale il piè). Ho scorto il coraggio di essere provinciali non per scelta ideologica, ma anche per prendere le distanze dalla centralità, per vivere lungo la circonferenza del cerchio, l’unica realtà dalla quale è possibile individuare il punto vivo della vita: la periferia come luogo di lavoro traccia tangibile della edificazione e dello smarrimento. Ovunque, nella pietra, nelle erbe, nelle parole è il momento.
Partire per trovare, o solo per tornare al punto di origine. Dietro alle rocce, alle cave (caverne di robusta filosofia esoterica), ai casolari fatiscenti, fantasmi architettonici di una resistenza attiva di fronte all'imbarbarimento anche figurativo dei tempi nostri, ho colto l'idea che l'unica forma di libertà sia la prigionia che difende dalla vita e introduce le regole che difendono dal caso. Da qui non solo un disegno o un Segno ostacolo fra sé e gli altri, tra l'Io e il mondo, ma anche il doppio movimento tra il confessarsi e il nascondersi, tra il celarsi e la rivelazione. Si ha, infatti, un labirinto tecnico (modificazione dei tratti) per fuorviare, per fingere una verità, per sdoppiarsi nelle ombre, nelle modanature chiaroscurali. Potrei dire che a colpirmi sono state due cose: l'assenza assoluta dell'uomo, a rendere ancora più concettuale il silenzio della natura: la prudente uscita di scena dell'artista che pare essersi fatto dipingere dai suoi quadri. L'interesse del pittore non va nella direzione dei corpi, della materia, ma dell'orma, del progetto: le cave, le case abbandonate sono rappresentazioni di "costruzioni", di geometrie umane che hanno acquistato senso solo dopo la fuga verso il nulla, solo dopo che la presenza, dopo una breve parentesi, è diventata di nuovo assoluto. Queste uscite di campo sono rintracciabili, a livello tecnico, nelle vibrazioni che il velluto del lapis ha lasciato: è facile, con un po’ di pratica, dare l'idea del movimento, ma è estremamente singolare e complesso cogliere il brivido che è intuibile in certe condizioni (stati d'animo) naturali, in determinati momenti rispecchiativi.
Alcune opere, forse quelle che mi hanno comunicato maggiore inquietudine, mi hanno riportato alla memoria i miei camminamenti lungo le stradine che dal monte Nibbio e dal monte Voltraio, digradano verso la valle dell'Era, non ricordo più se verso il Molino o verso la grotta dell'Africo, comunque verso la strada che delimita il Volterrano dall'intricato dedalo di colline che fuggono verso Siena e verso il Fiorentino: le insenature, le casupole rosa, qualche vecchia traccia ancora legata alla sepolta civiltà contadina. Qui, al centro del mio museo adolescenziale, andavo a sovrapporre ai miei personali turbamenti questo o quel frammento di paesaggio e inventavo titoli emotivi (sentimentali) per i disegni che, di volta in volta, ritagliavo dal tutto solo per me, per una mia mostra ideale: la casa dei Ferroni, la torre dei fuochi, la vela del vento solitario. Molte di queste opere, da me evocate in particolari momenti come simboli del mio non sempre facile rapporto con l'esistente, quasi sempre prive di agganci con il paesaggio, unicamente scenografie delle mie riflessioni più nascoste, dei miei più complicati pensieri, quelli che non possono rappresentare le stagioni "politiche", ma che caso mai hanno a che fare con l'artificio dell'uscire da sé, le ho potute sovrapporre ai disegni di Aldo, tanto più perfettamente tanto più questi mi apparivano di spontanea eleganza, di sapiente struttura aristocratica. Una costante, enigmatica, è la scomparsa quasi assoluta delle strade, dei sentieri, a volte appena accennati, come esempio di chi parte dall'oggetto per uscire dal quadro, per guadagnare la giusta distanza, il punto di osservazione. E questo sia che si osservi il Volterrano, gemma incastonata nell'anello del tempo, sia che si ritragga la fuga di mare che da Marina di Pisa va verso Livorno, sparviero sospeso nello spazio di un cielo d'acqua.
2004
Le opere presentate da Aldo Aytano a Murabilia, una manifestazione che è lettura poetica e metanaturalistica del cerchio alborato, quasi una carezza alla città sommersa nel suo acquario architettonico, hanno un elemento comune: l'albero. È questo l'elemento che caratterizza l'inserimento di un pittore in una mostra mercato dove non si vendono quadri, ma piante e fiori frutto della paziente ricerca e sperimentazione degli addetti al giardino. L'albero come costante soggetto di studio, ma che l'artista non dipinge mai da solo, come unico battito del quadro, ma in gruppo, nella volumetria della macchia o della boscaglia. Un albero in divenire, non in essere, come a moltiplicare se stesso, in una varietà di forme che possono rappresentare la fantasia intellettuale e la verticalità del pensiero e anche la staticità del corpo umano, secondo una decodificata metafora poetica.I soggetti rappresentati sono gli alberi, i boschi, le foreste e la luce. Il passante che decide, vinto il primo e naturale imbarazzo, di avvicinarsi ai quadri e di capirli deve comprendere che l'elemento centrale delle opere è la luce. È questa che dà forma, credibilità e sostanza alla materia. Un corpo, una forma sono rese viventi, vengono sottratte alla loro morte per staticità e sonno della fantasia solo dalla luce che di solito respira lungo il confine dell'ultimo orizzonte, vera e propria porta verso il cosmo e l'infinito. Una folgorazione, un sospiro di vento aurorale che, come il pittore ricorda "...è quella delle levatacce per andar per funghi quando nel bosco si aspetta l'alba o quando ci si attarda fino all'imbrunire quasi a credere di aver perso la strada". In molte opere di Aldo Aytano c'è la sensazione che si prova nei crepuscoli autunnali quando la luminosità sembra sospesa, dà l'impressione di durare un attimo eterno per poi precipitare nella notte, ne buio metafìsico del nostro farsi stelle.
Un quadretto, intitolato Ultime luci su Sant’Anna, ci parla proprio di questo, delle sensazioni che proviamo nei boschi di castagno all'imbrunire, quando il sole danza prima di sparire nelle ombre. E ancora di luce calda, infuocata (l'estate che beve ogni cosa e trasforma l'universo delle cose in una proiezione di ombre) ci racconta Tempesta di luce a Riva Verde. Grande dimensione, spesso di materia colorata, denso per linee e colori, un po' arrogante per l'aggressività concettuale, coglie il momento in cui, dopo una giornata di mare, si torna a casa e si salutano i pini che sembrano gesticolare, chiamare il pittore e me e noi che stiamo andando via solo per ritornare là dove forse non siamo mai stati.
Aldo, parlandomi di questo quadro, mi ha narrato una storia che, a suo giudizio, è la vera motivazione per mettere a fuoco le figure che, a momenti danzano, in altri, sembrano congelate in una lotta eroica con la luce:
"...Le sagome degli alberi mi sono state suggerite dai rami di bastone intagliati in maniera rudimentale dalle genti del Burchina Faso e dello Zaire. Raffigurano gli spiriti della guarigione e vengono appesi all'ingresso delle capanne quando qualcuno è ammalato. Hanno il potere di distruggere, annientare la malattia ".
Accanto alle maschere e alle sculture e altri oggetti tribali che colleziona, nel suo studio, Aldo ha anche questi "spiriti" di legno che molto assomigliano, per forma e superficie, agli alberi del suo dipinto.
Baie di Asciaghju è stato dipinto recentemente, questa estate, in Corsica. È una scenografia che si ripete, ma che, di anno in anno, si rinnova e suggerisce sempre un nuovo modo di guardare alle cose. Il pittore, ormai padrone della forma, espande la sostanza in un crescendo quasi musicale di pennellate e ditate che la atomizzano, creando un effetto di grande forza e traiettoria policroma. Veniamo proiettati in quella dimensione che Nietzsche e D'Annunzio chiamano il pozzo del profondo, l'ora di Pan, la vertigine dell'inabissamento. Il corpo scompare, si dissolve nell'ambiente naturale e diviene parte dell'arenile infuocato, della fuga dei pini in corsa verso il litorale, dei cirri e delle acque limpide e profonde. Dell'uomo rimane solo l'orma della voce. Prima di farsi silenzio sulla sospensione del trillo di una nota che sembra non morire mai.
Aldo Aytano secondo Guglielmo Petroni
E’ raro, di questi tempi d’interpretazione “eccessiva” della realtà e dei linguaggi pittorici, trovare un artista che esprime nella forma e nella rappresentazione della realtà, una delicatezza gentile. E’ questa particolare ricerca di sfumature e di forme trasfigurate, senza essere deformate, che rende suadenti ed intellettualmente seducenti questi paesaggi.
L’essenzialità ed il candore di cui si ha l’impressione al primo approccio derivano dall’accorto uso di sfumature particolarmente suggestive, nonché da un addolcimento delle forme, ed appaiono frutto di una vena spontanea. Basta però un breve momento di attenzione per accorgersi che, invece, siamo al cospetto di una elaborazione pensata, realizzata con prudente misura, affinché non prenda il sopravvento il virtuosismo che, tuttavia, è stato necessario per realizzare queste immagini particolari ed originali.
E’ significativo che un giovane si esprima su questo piano, esimendoci da quelle forzature, quasi sempre polemica di un momento di trapasso verso un recupero di alcuni valori divenuti rari. Aytano ci guida alla ricerca di quel necessario equilibrio che è possibile ritrovare proprio attraverso artisti giovani ed impegnati, non conformisti, che lasciano da parte gli stravolgimenti intellettuali per ricondurci al recupero delle emozioni che il mondo e la natura reclamano di nuovo, e che, solo la reinvenzione del segreto d’ogni bellezza naturale può tradurci con un linguaggio adeguato ai nuovi tempi.
Credo che queste immagini esercitino un certo fascino per l’interna delicatezza della rappresentazione di paesaggi, tra loro affini; per la convincente consapevolezza dell’artista che sa quale significato può assumere la sua ricerca, quale individualità esprimono, in tempi che mirano a stravolgimenti i quali, anche quando giungono a risultati apprezzabili, non ci consentono di recepire quella meditazione distensiva che suggeriscono.
Che si tratti di immagini di montagne e colline toscane, può anche indurre a qualche considerazione che viene da lontano, dalla tradizione della pittura toscana: si può pensare anche ad un lontano suggerimento di certa pittura classica. Ma a parte queste suggestioni che, se ci vengono spontanee, debbono in qualche modo avere il loro significato, possiamo concludere che da Aytano ci possiamo aspettare sviluppi di ponderata modernità e di intelligente finezza.
Aldo Aytano secondo Mario Bucci (Dicembre 1978)
Prima di dipingere, di disegnare, un artista deve amare, studiare, osservare con infinita dedizione l'oggetto, il paesaggio, la figura che vuole ritrarre: altrimenti si potrà anche avere un quadro corretto, un disegno preciso dal punto di vista tecnico, artigianale, ma non un fatto d'arte, un riflesso sfaccettato, distillato di un lirico stato d'animo.
Aldo Aytano è giovane, ma ha lasciato dietro di sé le prime esperienze di ricerca. Certi suoi quadri di qualche anno fa, sia pure abili, risolti con chiare strutture, con impeccabile tecnica, denunciavano ancora i primi amori, quasi viscerali senza il filtro, il distacco di un'autocritica più razionale: una struttura post-cubista di chi ha guardato come tutti, Picasso e compagni, sintesi dinamiche memori di esperienze futuriste, figurazioni magiche, cariche di simboli, che riflettevano il mondo espressionista del primo decennio del secolo.
Ma si è velocemente maturato, ha smussato certe durezze, certe strutture geometriche, tagli in diagonale, messe a fuoco troppo decise, che avevano servito da base. Ha ammorbidito la materia, prima laccata e violenta, quella dei primi urli giovanili, che non ammettono ombre né chiaroscuri. Ha conquistalo le sfumature, la profondità che viene dai primi dolori, dalle delusioni, che danno all'uomo la maturità. Non lo tocca l'atmosfera tesa, incalzante, tutta ossessiva del mondo d'oggi, della pittura d'oggi, inquieta e lacerata da dubbi, da bestemmie, perdute a nascondere la verità in complicati geroglifici, in razionali, freddi teoremi matematici.
Si è rifugiato nel suo mondo lirico, nella montagna in cui crede, che ha percorso metro per metro, passo dopo passo, con l'occhio incantato e pulito della prima esaltante scoperta. Come un bambino di fronte alla conchiglia, sulla spiaggia del mare. Le groppe morbide delle Apuane, i profili lanosi, soffici o taglienti, cristallini delle due Panie, dell'Uomo Morto, il profilo ondulato, più aperto delle Foci, sono per lui come le curve di un paesaggio umano, le anse odorose e tiepide di una donna lungamente osservata, carezzata con l'occhio nel dormiveglia; troppo importanti per essere traditi con una pittura che odori di astratto.
Paesaggi lirici e tuttavia risolti con mano decisa, con un sicuro senso della struttura: digradare sapiente, musicale di quinte, di profili nello scenario dei monti che sfumano dai verdi violenti, giovani dei primi piani, agli azzurri preziosi, ai quasi viola delle creste lontane, che si stagliano precise contro cieli trasparenti e tesi, come fossero fatti di carta velina. Scenari goduti prima ancora di essere dipinti, in ogni loro sfumatura, in ogni lirico risvolto: un anfratto roccioso, un grumo denso di alberi nella penombra, una casa o una luce intravisti nel lento morire del crepuscolo.
Vengono in mente certi paesaggi delle antiche stampe giapponesi, o cinesi, certi profili del Fujiiama sotto la neve,col sole rosso di un tramonto, o di un'alba di sogno: colori quasi impossibili che solo certa realtà possiede, subito falsi appena tradotti in pittura. Forse perché è simile l'amore per la natura, l'ammirazione, l'incanto al di là degli eventi che incalzano. Ma la materia è diversa, tutta moderna e personale, succosa, densa, fatta di corpo e di sangue, una materia sensuale e preziosa che dà muscolatura alle linee precise della costruzione, con la linfa vitale dei colori. accostati in accordi quasi dissonanti, che ricordano certi binomi dei divisionisti: verde-viola; verde-azzurro: rosa-verde: bianco-verde: grigio-verde.
Aldo dimostra la sua coerenza anche nei disegni, bellissimi, che mettono a fuoco un dettaglio di questo paesaggio dell'anima: dettaglio modesto, apparentemente, un casolare con il gruppo di alberi intorno, il profilo di una famiglia di case, un crocicchio isolato nella scacchiera della campagna lucchese, divengono preziosi, distillati da un segno, che, pur avendo alla base un consumato mestiere, si fa tutto lirico, come in un'incisione di Morandi.
Quando affronta la figura, l'indagine è più mordente, attenta alla struttura ma anche diretta al grottesco, all'espressione: critica sempre umana, di un carattere, di una situazione, senza abbandonarsi al canto, come nel paesaggio, ma cosciente di un destino più duro, pesante che l'uomo porta come suo fardello.