Federico Sartori
(Milano 1865 – 1938)
La Biografia
Federico Sartori non ha lasciato scritti autografi sulla sua ricerca e vicenda personale; sono le opere rintracciate, i documenti, i cataloghi, le foto e gli articoli di giornale che, con la testimonianza dei preziosi racconti della moglie del pittore alla nipote, consentono di seguirlo più da vicino nella sua vicenda personale.
Sartori nasce a Milano nel 1865 dove muore nel 1938; la sua attività professionale si è svolta in gran parte in Argentina, prima a La Plata e poi a Buenos Aires, per continuare in seguito a Viareggio, eletta a residenza e luogo di lavoro al suo rientro in Italia dopo il 1920.
La biografia può essere suddivisa in tre periodi: quello della prima formazione a Milano a bottega come incisore e poi studente alla Scuola di Belle Arti di Brera; la giovinezza e la maturità come emigrante-pittore, che coincide con il momento delle affermazioni e dei riconoscimenti; infine l’ultimo periodo vissuto a Viareggio, altra fase molto intensa della sua produzione, con nuove visibilità e gratificazioni.
Sartori proveniva da una famiglia di origini modeste; era figlio di un sarto, Sirio, trasferitosi a Milano da Cremona, e di Paolina Rossi di Niguarda, allora Comune autonomo, oggi uno dei tanti quartieri di Milano; aveva una sorella, Ida, che lo seguirà nella sua avventura in Argentina. La famiglia abitava nei pressi della chiesa di S. Celso.
Terminate le scuole elementari, dove proverbiale era la sua distrazione e la passione per il disegno, aveva iniziato a lavorare come apprendista incisore; poi si era iscritto a Brera, per soli due anni; poco dopo, spinto dalle ristrettezze economiche, come tantissimi allora, decise di imbarcarsi a Genova su un veliero alla volta de La Plata, da solo. Lasciava Milano e la famiglia attratto dalla speranza di migliori fortune. In quella terra così lontana non era alla ricerca di un lavoro qualunque: voleva continuare a coltivare la sua vocazione alla pittura facendo tesoro di quanto aveva appreso fino ad allora.
A Milano e all’Italia rimase sempre molto legato; in lui fu sempre forte il desiderio del ritorno ma quel ritorno doveva avvenire solo se condizioni favorevoli lo avessero consentito.
A Brera aveva frequentato il corso di figura e nudo di Raffaele Casnedi e aveva potuto accostarsi a quello che allora era l’ambiente artistico cittadino con Bertini, Previati, Boito, Grandi, Morbelli, Grubicy. Aveva intrapreso i suoi studi con un coetaneo oggi di non poco conto: Pellizza da Volpedo. Portava con sè in Argentina le immagini dei classici italiani, a cui si era accostato durante gli studi all’Accademia Reale di Brera, unite a quelle che aveva conosciuto nei monumenti e nelle chiese della città: la Scuola Lombarda del Quattrocento ma anche il Rinascimento con Leonardo, Bramante e poi Tintoretto, Veronese, Michelangelo, Tiepolo, Canova, Appiani, Hayez, influenze e suggestioni varie, cui si univano i fervori artistici del momento con la produzione dei Simbolisti e dei Divisionisti.
La traversata fu avventurosa e disagevole ma il giovane Federico era animato da grandi speranze; lasciava l’Italia come tanti altri italiani in cerca di fortuna; nel nuovo continente avrebbe continuato a frequentare i suoi connazionali, era sì uno sradicamento, ma anche un ritrovarsi, quasi in una seconda Italia. Come artista, citando un articolo di Giuseppe Viner, “…"si accingeva a unire le qualità native con quelle in acquisizione, portando poi nelle sue opere il riflesso di questa fusione…”."
Iniziò così la sua attività di "pintor "presso il Museo de La Plata, incarico che avrebbe svolto con passione per molti anni, fin quasi al finire del secolo. Piuttosto pragmatico e determinato, intanto inviava in Italia le commesse alla famiglia. Presto l’avrebbe raggiunto anche la sorella col marito.
Si trasferì nella capitale attirato dall’Accademia Nazionale nella quale completò gli studi interrotti a Milano e si diplomò. Questa scelta gli consentì di continuare nell’apprendimento, ma anche di inserirsi nell’ambiente artistico di Buenos Aires dell’epoca; così si avviò la sua carriera di pittore e grafico. Nel 1909 diventò "profesor titular "de "dibujo "in quella stessa istituzione e iniziarono gli anni delle mostre e della visibilità. Il suo nome figura nell’ Esposizione Nazionale di Buenos Aires organizzata da “Nexus”, nel 19088; nel 1910 partecipò all’Esposizione Internazionale del Centenario e una delle opere presentate: "La bandera argentina "venne premiata con la "medalla de plata"; espose altre opere, come pittore di chiara fama, alle successive Esposizioni Nazionali dal 1911 al 1918. L’attività di questi anni è rivolta all’approfondimento di un linguaggio allegorico chiaramente documentato da acquarelli, tempere, oli, grafica rimaste in possesso della famiglia. Una serie di suoi dipinti sono stati utilizzati come illustrazioni di un calendario per sottolineare un anniversario dello Stabilimento grafico Gunche Wiebeck y Turtl di Buenos Aires; altri dipinti figurano come illustrazioni di cartoline per la Pro Patria per l’Istituto Argentino di Arti Grafiche. Diverse anche le cartoline realizzate per cartolerie e per un diploma di grafici.
Un’allegoria, "La lucha entre el morbo y la ciencia", venne acquistata dal Museo Nazionale di Buenos Aires nel 1913, ora in prestito al Museo nazionale di Bahia Blanca; di quest’opera sono stati reperiti degli studi preparatori e due acquarelli: uno del 1905 e l’altro del 1907.
Significativi i disegni rimasti della parentesi Argentina, l’artista utilizzava il disegno nella preparazione dei dipinti ma anche fine a se stesso per studi del paesaggio oceanico, il porto con le navi, scene di vita mondana borghese, fatti e personaggi di strada; altri disegni denotano il suo grande interesse per il ritratto, gli animali, gli atteggiamenti delle persone, i costumi di vita della pampa; sono da considerarsi una anticipazione di alcuni suoi “taccuini” di disegni sulla vita viareggina.
L’insegnamento in Accademia divenne occasione di molti incontri diretti e indiretti con artisti che abitavano a Buenos Aires o che inviavano le loro opere dall’Europa, in particolare dall’Italia – da Firenze e Roma - e dalla Francia.
Nacque una grande amicizia con il Direttore dell’Accademia prof. Pio Collivadino, col prof. Carlos Ripamonte, entrambi pittori, che gli avrebbero poi inviato in Italia un interessante volume in occasione del cinquantenario dell’istituzione, con una dedica significativa: "“All’amico Federico Sartori, che svolse con zelo e intelligenza il lavoro di docente offrono con affetto e stima i suoi compagni di ideali e di lotta…”", accanto a questi nomi figurano nomi di artisti locali: Josè Quaranta, Edoardo Sivori, pittori, Torquato Tasso scultore; nominativi che compaiono di frequente fra i giurati nelle Esposizioni Nazionali.
Una segnalazione puntuale merita l’ Esposizione Internazionale del Centenario del 1910, non solo per la premiazione del pittore già ricordata, ma perchè in quell’occasione inviarono opere dall’Italia Galileo Chini, Emilio Gola, Grubicy De Dragon, Emilio Longoni, Pompeo Mariani, Angelo Morbelli, Gaetano Previati, Plinio Nomellini, Luigi De Servi e dalla Francia Monet, Odilon Redon, Renoir, Rodin e giungevano opere dal Belgio, dai Paesi Bassi, dalla Spagna, dall’Austria-Ungheria, dalla Germania, dalla Svezia, dalla Norvegia, dagli Stati Uniti, dal Cile e dall’Uruguay.
Josè Quaranta fu importante nella vita di Sartori perchè era maestro di Kettie Ross-Broglia, pittrice, presente in numerose mostre, ma soprattutto futura cognata; nella villa dei Ross-Broglia spesso si incontravano artisti, cantanti e musicisti di passaggio in Argentina che rallegravano le serate cantando le opere accompagnandosi al pianoforte, cenando preferibilmente con pietanze milanesi; anche la famiglia Ross-Broglia proveniva da Milano e le tre giovani sorelle si dedicavano all’arte; la prima, Kettie, come detto alla pittura, la seconda, Maria - futura moglie dell’artista – si dilettava a scrivere poesie, la terza, Lidia, suonava il pianoforte. Sartori fece ingresso in questa famiglia con un altro amico pittore, Torcelli, e con Maria fu amore a prima vista. Si sposarono con una cerimonia favolosa nel 1912.
In pochi anni la vita del pittore, tenace nei suoi intenti, cambiò e alle soddisfazioni professionali si aggiunsero quelle affettive. Nel 1914 nacque il figlio Mario.
I Sartori spesso andavano sull’oceano, numerosi i disegni con la moglie sulla scogliera di Mar del Plata disegnati a matita nel marzo 1913; dei suoi viaggi avventurosi in carrozza nella Pampa vi sono testimonianze in una serie di quadri ad olio a soggetto argentino esposti poi anche a Viareggio; si spinsero fino a Rosario, Montevideo e alle cascate dell’Iguatzù.
La giovane moglie era affascinata dal carattere allegro e gioviale del pittore e dalla sua voce da tenore, oltre che dai suoi colori e dalle sue figure che talvolta avevano suscitato discussioni animate... ma "“ei lascia dir le genti e con sguardi sorridenti ai nemici il buon umore per risposta dà il pittore"”, scriveva in una poesia.
Le famiglie vivevano nel quartiere di Belgrano. Spesso si recavano dagli amici Brenna, proprietari del Mulino, una”confiteria” in centro famosa per le empanadas.
Intanto dall’Europa giungevano venti di guerra. I Ross-Broglia e i Sartori, come tutti gli Italiani d’Argentina, seguivano con grande partecipazione i tragici avvenimenti, il pittore dedicò al tema della guerra diverse opere allegoriche.
Nel 1920, a conflitto terminato, decisero di ritornare tutti in Italia tranne la famiglia della sorella del pittore che si stabilì definitivamente in Argentina. La partenza dell’artista venne enfaticamente ricordata in un articolo su “L’Italia del popolo” di Buenos Aires del 16 marzo 1920 dal critico Renato Censori “...."E buon viaggio auguriamo a Federico Sartori, il simbolista, pittore rivoluzionario... produttore fecondo che illumina le giovani menti della Accademia....egli torna in patria a godersi un periodo di riposo legittimamente guadagnatosi...” "
Partirono sul Principessa Mafalda, un enorme e confortevole piroscafo. Tutta la famiglia era emozionatissima al porto di Buenos Aires. Stavano per lasciare per sempre una terra in cui avevano trovato il benessere. Vendute le case in cui avevano abitato erano pronti a ricominciare in condizioni migliori in Italia. Nei bauli portavano gli oggetti più cari; non mancavano le tonde cappelliere di Maria e naturalmente i quadri, i disegni, i cataloghi, le stampe del pittore. Il viaggio sarebbe durato un mese.
Alcuni scatti fotografici riprendono la famiglia Sartori al momento della partenza: il pittore con un cappello bianco, un abito scuro, la moglie con una lunga gonna bianca e il piccolo Mario vestito alla marinara. Tra la gente assiepata a terra rimaneva la sorella con il marito e la loro bimba Rosina. La traversata dell’oceano era allietata da una festa particolare: il saluto all’Equatore; in quell’occasione si passava la notte in canti balli e brindisi. Giunti in Italia i Sartori decisero di non ritornare a Milano per il clima troppo diverso rispetto a quello cui erano abituati. Volevano fermarsi in una località preferibilmente di mare. Soggiornarono a Como dai Ross-Broglia, ormai rientrati a loro volta, poi in un casale della campagna bergamasca, quindi per breve tempo a S. Margherita Ligure. Quando però giunsero in Toscana, rimasero affascinati da Viareggio, vivace dal punto di vista culturale e dotata di tante attrattive naturali, piacevole per la sua gente e gradevole per il clima.
Federico e Maria scelsero come luogo di residenza una villetta in via della Costa, poi via IV Novembre. Dovettero arredarla completamente e presto si riempì di quadri tele e affreschi del pittore. Al suo interno spiccavano degli affreschi con alcune allegorie del mare che Sartori dipinse a scopo decorativo.
La casa per quanto confortevole non era sufficiente per l’attività dell’artista; dopo un breve periodo in cui ebbe uno studio a Pietrasanta e uno in via Leopardi, il pittore si occupò personalmente della progettazione e realizzazione di un atelier in via De Amicis, quello dove avrebbe lavorato per tutto il tempo che trascorse nella città per lui nuova.
Di via IV Novembre resta un disegno che riprende la strada di scorcio; la sua casa, ombreggiata da una palma, si trovava quasi all’angolo con via XX Settembre, dalla parte opposta rispetto alla Chiesina degli Inglesi. In questa “"luminosa villetta"”, citando Ugo Pellegrinetti (talora con lo pseudonimo di PUGO e di G.A.P.) nel “Giornale d’Italia”, “… "il pittore vive quasi solitario con la famiglia compiendo solo un’apparizione serale al cenacolo artistico del Torricelli"”: la discrezione e la riservatezza erano una caratteristica di entrambi i Sartori. L’artista lavorò, come detto, anche per qualche tempo a Pietrasanta; il pittore Giuseppe Viner nel ‘25 su “Il nuovo giornale di Viareggio” elencava alcune opere, a suo giudizio degne di attenzione, che si trovavano appese “"alle pareti dello studio che il pittore ha improvvisato a Pietrasanta"”.
Dopo qualche mese dal rientro trascorso in “riposo” l’attività di Sartori riprendeva dunque a pieno ritmo. Ugo Pellegrinetti nel ‘22 su “Il Popolo” così annotava:”… "col suo sorriso affabile e modesto ci illustrò in maniera chiara il concetto dei suoi lavori….. composizioni scenografiche, mirabili per prospettiva... con sfondi fantastici e...vivacità di colore.... figure in vigoroso rilievo"” e ancora nel ‘22 in “Note d’arte” su “Il Giornale d’Italia”, in occasione della personale alla Galleria Nettuno, si legge: “..."espone quasi tutte scene viareggine che ha eseguito in pochi mesi...Il ponte di Pisa, Il veglione, Al Politeama, La stazione d’inverno, Via Pinciana, I pescatori di cee, Il ritorno delle paranze, Nella spiaggia...molti quadri son fatti per divisionismo... espone anche alcune concezioni allegoriche,... alcune sintesi dalla Divina Commedia e della guerra europea"...”. Nel ‘25 Viner scriveva ancora su “Il nuovo giornale”:” ..."il pittore Federico Sartori è nuovo per noi...le sue vaste tele, i suoi cartoni, i suoi abbozzi, dimostrano una mente equilibrata e pur impetuosa...ha molto lavorato...alcuni quadri di arte sacra sono tra i migliori che io conosca...."”. In effetti le anime del pittore si esprimevano in numerosissime opere: quella spontanea dell’osservatore di ambienti e persone e quella più aulica e ufficiale, ora orientata soprattutto a soggetti religiosi ma anche a fatti storici; è un omaggio a Michelangelo la tela raffigurante il trasporto del marmo per il "Mosè "ambientata nella piazza di Pietrasanta e lì dipinta; particolare anche la tela “Il Rigoletto” tutta giocata su tenui colori verdi, tela dalle dimensioni inusuali, omaggio questo sicuramente a Verdi, alla Scala, a Milano.
Scorrendo il catalogo della personale alla Galleria Nettuno emerge quasi una serie fotografica di luoghi e situazioni viareggine: oltre quelli già citati dal Pellegrinetti nel suo articolo si trovano "Il canale", "La piazza del mercato", "Il tramvay di Camaiore", "Il ponte girevole", "Il ponte sul Fiumetto", "L’entrata alla pineta arciducale", "Il ponte della ferrovia", "Il ballo popolare di via Machiavelli", "La darsena Toscana", "La gita in pattino", "Bimbi in pineta", "La sala d’aspetto della stazione "e "Pescatori con lampare in notturno"; sarà ricorrente anche in seguito questa scelta dei soggetti ripresi di notte su cartoni a pastello colorato.
Il pittore, ritraendo Viareggio nei suoi luoghi più noti ma anche in quelli più nascosti, manifestava le sue qualità di disegnatore attento, veloce e sicuro nel segno, entusiasta e innamorato di ciò che andava scoprendo. In questi “taccuini” andava delineandosi in modo preciso la sua curiosità per il vivace mondo della darsena e del canale, con le sue imbarcazioni, i suoi personaggi, le fatiche quotidiane dei pescatori e delle loro donne, senza trascurare di appuntare frivolezze e amenità dei villeggianti con benevola ironia.
Dagli appunti ricavava i dipinti eseguiti ad olio, spesso sono su compensato marino, in serie tutte di uguali dimensioni. Accanto ai soggetti viareggini continuava a esporre le piccole opere di ambiente argentino, la pampa in particolare, mondo a lui particolarmente caro anche nel ricordo.
Nel 1923 partecipò a Como alla “Piccola Permanente d’arte moderna”, esponendo soggetti analoghi; si tratta di una collettiva insieme alla cognata Kettie Ross-Broglia, ai pittori Eligio Torno e Paolo Discacciati. Come risulta da un foto d’epoca, sempre a Como, Sartori dipinse un’allegoria raffigurante L’arco voltaico, in occasione delle celebrazioni voltiane, sullo stile di altre allegorie eseguite in Argentina. Nel ’26 su la Nazione a proposito di alcune opere si scriveva: “…"pannelli di carattere decorativo...concezioni classiche dei cinquecenteschi...progetti decorativi per un monumento ai caduti,…. scene della passione",....”. In effetti contemporaneamente ai temi di ambiente il pittore continuava la sua ricerca simbolista sulla guerra e si accingeva a produrre numerose opere di carattere religioso. Sempre su “La Nazione” del ‘26 è detto che il pittore stava dipingendo il quadro "Il figlio del mutilato", opera che ritrae la disperazione e la sofferenza; di questo lavoro non è rimasta traccia neanche nei disegni; in famiglia è rimasto, invece, un olio intitolato "Monumento ai caduti", in cui campeggia un croce bianca coperta di neve.
La partecipazione alla XIV Esposizione Internazionale d’arte della città di Venezia aveva costituito un riconoscimento significativo del suo lavoro in Argentina quale pittore simbolista. Nell’occasione espose quattro quadri in bianco e nero che costituivano un’opera unitaria: "I quattro anni di guerra", un’opera del periodo argentino portata dal pittore al suo rientro in Italia, coordinati per un soffitto e rappresentanti ognuno una scena allegorica in bianco e nero, titolati ognuno con un anno della guerra "1915", "1916", "1917", "1918".
La partecipazione di Sartori a questa mostra nel ‘24 non era legata alla sua attività in Italia che, pur essendo intensa, copriva un periodo troppo breve. In giuria, presieduta da Giovanni Bordiga, figuravano i nomi di Casorati, Nomellini, Pomi, Trentacoste, Van Biesroeck, Cahine, Pica, Borra, Fabbricatore, Cascella, Viani...
Il dramma della guerra ricorre anche in un’opera scultorea, un bassorilievo in marmo bianco di Carrara, intitolato appunto "Monumento ai caduti", un gruppo di soldati in corsa che sorreggono una bandiera, destinato al Comune di Baiedo in Valsassina, non lontano dal lago di Como, tuttora esistente e visibile. L’opera viene ricordata in un articolo su “Il Gagliardetto” di Como del 1927, anno in cui fu inaugurata.
Nel 1924 espose a Firenze alla Mostra dell’Associazione Nazionale degli artisti i dipinti a olio su tela: "Cavallo al sole", "Alla fonte", "Entrata delle paranze", opere dipinte e ispirate a Viareggio.
Nel 1926 è presente alla Permanente di Milano alla Prima Mostra d’Arte di Artisti Milanesi MCMXXVI”, con "Il Rimorso", di cui il Pellegrinetti aveva scritto… "“una vasta tela raffigurante il Giuda di Keriot …trattasi di un buon artista e di un’opera di valore"”. Quest’opera viene ricordata ancora dal Pellegrinetti in un suo articolo “"...due anni fa per dimostrare ad alcuni artisti versiliesi che gli negavano l’attitudine a sciogliere il mondo dei dettagli anatomici eseguì il Rimorso"...”. Era dunque un pezzo di bravura dimostrativo che finiva alla Permanente? D’altra parte il clima viareggino comprendeva anche spiriti polemici; sempre citando il Pellegrinetti a proposito del “Cenacolo artistico Torricelli”, frequentato anche da Sartori, così si legge: “"... [il circolo] dove imperversa la barba asprigna di E.Pea e dove contro il nostro pittore appuntava fino a ieri i suoi strali velenosi Moses Levy..”".
L’opera religiosa più impegnativa fu l’esecuzione degli affreschi della Misericordia di Viareggio. Nel 1927 a Sartori veniva affidato l’incarico dalla Misericordia di Viareggio di affrescare la chiesa dell’Arciconfraternita; cosi è scritto nel volume “Misericordia di Viareggio 1826-1986, note di cronaca e di storia”: “"Probabimente dopo la festa del SS Crocefisso viene dato inizio all’opera di restauro della Chiesa; si provvede a affidare l’incarico di dipingere la volta e le pareti della chiesa al pittore Federico Sartori; purtroppo non possediamo gli schizzi dell’opera realizzata, che è stata successivamente coperta perchè sciupatissima dal tempo e dall’umidità che aveva invaso i locali; sappiamo soltanto che nel registro ‘Amministrazione della chiesa parte passiva dal 1924 al 1950 al pittore Federico Sartori venivano date ‘L.10000’, e ancora ‘Al Prof.Sartori per le pitture L. 2500’“".
Di questo lavoro il Pellegrinetti scriveva su’“Il Giornale d’ Italia”:”"...due anni fa affrescò in pochi mesi la chiesa d Misericordia che sorge in piazza Vittorio Emanuele"...” e aggiungeva a proposito delle polemiche che l’opera aveva suscitato:"”...la critica da caffè si è accanita contro la serena impassibilità dell’artista…” "di seguito dà informazioni preziose "“...non si avvale nè di cartoni nè di spolveri...improvvisa su intonaco fresco con rapidità vertiginosa...nella navata principale il martirio di S.Paolino sacrificato da Nerone davanti al tempio della dea Diana...nella cupola centrale ha risolto la struttura a arco piatto con l’Ascensione e gli Apostoli di scorcio...gli episodi si armonizzano bene con gli elementi architettonici come avviene per le Sette opere della Misericordia ai lati a destra e a sinistra della volta… due lunette sugli altari laterali con Gesù apparso a S.Margherita...e la Vergine che protegge i naufraghi nella tempesta, tra cui è collocato Pea per l’opera blasfema del Giuda, oggi ripudiata e salvato...sopra l’organo la lunetta con S.Elena che rinviene la Croce nel tempio pagano sul Calvario...sopra l’altare maggiore la Crocefissione e ai lati sottostanti la Deposizione e la Flagellazione".”
Fra le persone che ricordano il pittore mentre affrescava vi erano anche dei bambini, come Don Carlo Francesconi, che era lì col padre per le impalcature, e che conservava di quell’opera una memoria vivissima, con relativi aneddoti, e il maestro Giorgio Michetti; anche il pittore Eugenio Pardini, che lavorava allora come garzone in un negozio di barbiere nei pressi della chiesa, ricordava la tecnica di getto e veloce e le figure aeree, quasi sospese nel vuoto, con i colori predominanti rosa e azzurri.
Nel ’28 l’artista affrescò una Santa Dorotea per il Convento di Suore di via XX Settembre a Viareggio, una lunetta ancor oggi visibile dalla strada e miracolosamente conservatasi nonostante i tanti decenni trascorsi, di cui è rimasto anche il bozzetto preparatorio a olio su tela.
Anche dagli Stati Uniti e dal Brasile gli erano state commissionate un’ottantina di opere religiose che poi avrebbero preso da Viareggio la via del mare per decorare delle chiese d’oltreoceano (Brasile e Pennsylvania, annotava la nonna), pur non avendo notizie precise sulle località di destinazione, in famiglia sono state conservate delle foto d’epoca di una "Via crucis", di alcune figure di Profeti e Apostoli, e di episodi della vita di Cristo; inoltre, sempre di genere sacro sono da segnalare tra le tele conservate alcune preparatorie degli affreschi della chiesa della Misericordia, diverse Madonne e una “S.Cecilia” di cui è rimasto un quadro e un bozzetto.
La moglie e il figlio spesso hanno affermato che la produzione di Sartori, copiosa, aveva sempre avuto un discreto successo commerciale, anche a Viareggio. Tra i quadri dispersi sono citate dal Pellegrinetti alcune allegorie dedicate al mare, "Le donne aspettanti", "Una sirena canta", "Naufragio dei marinai"; d’altra parte anche sfogliando i vari cataloghi moltissime delle opere elencate non figurano tra i dipinti rintracciati.
Nonostante l’attività piuttosto intensa, il pittore passava molto tempo con la sua famiglia. D’estate andavano in vacanza a Barga, a Bagni di Lucca, a Pian de’ Lagotti, a Como dalle cognate o a Canzo nel Lecchese. Spesso poi, fatto del tutto eccezionale per quei tempi, andavano con Dino Dini e la moglie in automobile alla scoperta dei dintorni di Viareggio. Dini era uno dei costruttori di Viareggio e di Lido di Camaiore; sua era la casa costruita in via De Amicis di fianco allo studio del pittore, in fantasioso stile liberty; così non solo Dino e Federico erano diventati presto amici ma anche Maria e Marietta e i rispettivi figli. In casa Dini si conservano ancora dei quadri di Sartori. Anche Mario cresceva in fretta. Terminate le scuole elementari aveva frequentato il Liceo Classico Carducci ottenendo dei buoni risultati. Il padre aveva un grande affetto per lui, teneva molto alla sua istruzione, visto che doveva costruirsi un futuro tutto suo; lo ritraeva spesso nei suoi quadri e taccuini. Attraverso il pittore e il figlio il mondo delle conoscenze e delle amicizie si allargava: accanto agli artisti che allora lavoravano a Viareggio, e che ormai conoscevano tutti Sartori, si aggiungevano i fratelli Berti, Colombo e Anna Pieraccioli, Emiliano Chiapparini, i fratelli Raggiunti poi orafi in Passeggiata, i Funck, Pietro Tobino, fratello dello scrittore, il preside Giannarelli, il prof. Jenco. Sui taccuini del pittore compaiono i ritratti di personaggi noti e meno noti: l’amico Dini, Jenco, Pea, il farmacista Leone Leoni, Puccini, signori e signore che frequentavano la Passeggiata. Mario ebbe un’infanzia e un’adolescenza spensierate a Viareggio, libero come l’aria al mare in bicicletta in pineta, o in impegnative escursioni sulle Apuane con padre Biagi e Del Freo. Oltre ai disegni e ai quadri del padre, numerose sono le foto rimaste che lo riprendono in tutte le fasi della sua giovinezza a Viareggio. Si conservano in famiglia anche i vari diplomi di merito del Classico; a questo proposito in un volume edito dal Liceo Carducci la sua classe viene ricordata come la prima veramente numerosa dell’istituto; tra i suoi compagni figura Andrea Del Sarto, morto disgraziatamente durante una scalata sulle Apuane, fatto che aveva lasciato un grande sgomento nei suoi coetanei.
Anche negli anni ‘30 l’attività del pittore continuò in modo piuttosto serrato; i suoi numerosi taccuini riportano frequentemente a quegli anni; ai temi di Viareggio si aggiungevano altre scene di ambiente: le campagne dei dintorni e le povere abitazioni, spesso con il monte Prana sullo sfondo, i pastori, le donne nei campi, i contadini, i cavalli a lavoro, gli asini, i buoi; oppure figure particolari come il bambino che vende la cecina, il maniscalco, soldati a cavallo o a riposo con fanciulle.
Ricorrente la figura della donna nelle sue vesti di popolana o di signora slanciata e elegantissima; altri luoghi di Viareggio vengono rappresentati: il Liceo Carducci, La trattoria del buon amico, Il tennis Italia, La taverna del gatto nero; spesso i personaggi della pineta con una automobile o con una moto, segni dei nuovi tempi. Sono questi i soggetti delle opere presentate in quegli anni dal pittore nelle sue mostre; nel ‘33 al Bagno Narcisa è prevalente il suo interesse per il tema della pesca e dei pescatori.
Alla I° Mostra Estiva Viareggina al Kursaal nel ’34 partecipa con l’opera "Marmi". Ancora nel ‘34 con gli artist versiliesi: Bachini, Bellandi, Casentini, Catarsini, D’Arliano, Di Ciolo, Di Prete, Dudreville, Francesconi, Granchi, Marchetti, Molinari, Murri, Orlandi, Paltrinieri, Santini, Sargentini, Viani espose nei locali della “Lega navale (molo di ponente)” le seguenti opere: "In darsena", "In porto", "Ritorno dalla pesca", "Vela bianca", "Pescatore".
Nel ‘36 lo troviamo a Milano alla Permanente alla VII Mostra Sindacale Interprovinciale di Belle Arti con l’opera "Cavalli al trotto " e sempre alla Permanente alla Mostra Acquerellisti lombardi con l’opera "Terra di Versilia".
Ormai l’interesse del pittore era rivolto a Milano, anche per motivi famigliari. Per quanto molto attivo, gli anni cominciavano a pesare anche per lui e bisognava pensare al futuro del figlio che doveva intraprendere gli studi universitari. Così decise di lasciare la Versilia per ritornare nella sua città di origine, che aveva visto partire lui e la futura moglie ancora adolescenti.
Era una Milano molto diversa rispetto ai loro ricordi giovanili. In tanti decenni si era ampliata e aveva superato di molto i vecchi confini segnati dai bastioni spagnoli. Non tornarono a abitare nelle strade del centro storico ottocentesco, tutte a ridosso del Duomo, come Contrada S.Margherita dove era nata Maria o la via presso S.Celso dove aveva mosso i primi passi Federico. Scelsero un quartiere tranquillo quasi ai margini della città pieno di villette che vagamente ricordavano Viareggio.
Non era un trasferimento definitivo, almeno nelle intenzioni del pittore: la casa e lo studio di Viareggio erano infatti rimasti di loro proprietà. Dell’ultimo breve soggiorno milanese rimangono due dipinti: la vista della loro nuova casa e della chiesa parrocchiale di Casoretto e un lavoro interrotto: la sistemazione in adeguate cornici di tele arrotolate dimostra che sono opere da cui non si era voluto mai separare.
L’ultima tappa della sua vita si interruppe bruscamente; lasciò alla sua famiglia un vivo ricordo di sé, anche con le numerose opere rimaste in attesa di lui nel suo studio.
